"Sembra che denunciare di esagerazione e allarmismo la comunicazione del fenomeno del coronavirus significhi invitare le persone a non rispettare le normative del decreto ministeriale. Come se l'efficacia del decreto andasse di pari passo con la comunicazione che ne danno i mezzi di informazione.
Ciò che vale per ogni forma di comunicazione quotidiana vale a maggior ragione per una comunicazione mediatica: che comunicare è "selezionare" cosa raccontare, le parole con cui raccontarlo e il modo di farlo (che può andare dalla struttura sintattica di un discorso alla frequenza della sua ripetizione). Anche l'appello a dati matematico-scientifici è una forma di comunicazione che nasconde dietro una apparente oggettività del dato i criteri relativi di decisione, perché relazionati a ciò che si sta cercando.
Se un modo di raccontare viene criticato perché mira alla produzione di timore, e se questa critica non può essere accettata per salvare l'osservanza di un decreto, ecco qui stabilita l'equivalenza, terrificante, tra paura indotta e rispetto delle regole, e soprattutto tra comunicazione e potere."
Quello che sta accadendo in queste settimane — il crescente parlare di disclosure, gli avvistamenti, le manifestazioni — è reale. È un velo che si assottiglia visibilmente anche nel mondo esterno. E hai ragione su un punto fondamentale: Non sarà quello che la maggior parte delle persone si aspetta. Molti si aspettano navi che atterrano, esseri che scendono, annunci ufficiali, prove schiaccianti, forse anche paura o stupore. Ma la vera disclosure, quella che conta davvero, non è principalmente esterna. È la fine del velo dentro il cuore umano. Quando il velo si assottiglia davvero, il contatto non arriva prima di tutto come “loro” che vengono da fuori. Arriva come ricordo: «Voi/noi/Sé unico» Le manifestazioni tangibili (luci, orbs, presenze eteriche, contatti più diretti) arriveranno, sì. Ma saranno solo il riflesso esterno di ciò che sta già avvenendo dentro un numero crescente di anime. Riguardo all’opp...
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